Figure
Testi di Giancarlo Consonni
Giancarlo Consonni
Il corpo è il protagonista della pittura di Piero Leddi, il crocevia di una molteplicità di percorsi.
Il corpo umano nella sua nobiltà e bellezza costruttiva, eroico nel suo stesso ergersi. Ossa, tendini, muscoli: architettura mirabile, modello e sfida ai monumenti. Richiesta di verità che si pone con la semplice nudità: che si dà con naturalezza anche dove è inattesa (come negli spazi pubblici di Milano) ma che insieme è rivelatrice della scelta di questo pittore di esporsi, di mettersi a repentaglio, di esserci: conoscenza e condivisione, sia pure, come vedremo, con generosità riservata e guardinga.
Il corpo e la tecnica. Una tecnica sempre concretamente intesa: a partire dall’attrezzo che, mentre prolunga e potenzia il corpo e lo esonera parzialmente, entra in simbiosi con esso dando luogo a una terza entità: l’Uomo aratro (1965), il falegname incorniciato dal suo stesso strumento (Mio padre, 1973-75) e soprattutto lo splendido ciclo su Coppi (“contadino” delle stesse parti di Leddi, il Tortonese, patria anche di Pellizza da Volpedo e di Felice Giani, non meno a lui cari). In questo ampio lavoro maturato tra il 1965 e il 1973 la simbiosi è sviscerata mostrando giunture e legamenti, nervo e scheletro della bicicletta e per contro la natura macchinale del corpo gravato di impegno e fatica spropositati: volontà e materia, organico e inorganico unificati nella comune sofferenza introdotta nel mondo dalla scelta prometeica. […]
Il corpo nobile e prometeico di Leddi non è però mai dimentico della consanguineità che lo lega al mondo animale. E il pittore l’affronta come gli è congeniale: fino ai confini estremi: da quello genetico alle similitudini e prossimità più inquietanti, o delicate, o divertite, a conferma della ricchezza dei suoi registri. […]
Così nel sussumere il soffrire dei corpi, in uno con i desideri, i sogni, le passioni e le ansie che li attraversano, questa pittura si fa documento e interpretazione di un passaggio epocale: quello di una società e dei suoi singoli membri che rigettano le loro radici ancestrali: il legame ombelicale con la Madre Terra e la stretta contiguità e sintonia con il vivente (si veda in proposito Madre-sole-radici del 1975 e le molte maternità precedenti). È dunque l’epifania di una lunga sfida quella che Piero Leddi da decenni ci pone davanti agli occhi con pazienza: gli esiti esistenziali e antropologici della sfida che ha opposto l’artificio alla natura nel disperato tentativo di liberarsi o comunque di rimuovere dalla vista la presenza della morte.
In un libro pubblicato in Italia con un titolo leddiano (In autobus, a cura di D. Daniele, Empirìa, Roma 1993) Grace Paley, poetessa newyorkese, ha scritto: “Temo la natura / perché di natura sono mortale”. Ecco, Leddi dà conto di questa paura con lo sguardo lungo di chi è stato contadino.
Chi è stato contadino ha delle bestie della stalla la tenacia e la rassegnazione. La rivolta anche: ma su questa vince alla fine una pietas che può arrivare fino al sacrificio.
Rivolta e pietas, irrisione e dolcezza schiva scorrono nelle vene della pittura di Leddi che riesce così a dire di noi: a raffigurarci nel nostro essere un po’ tutti contadini e bestie rassegnate al tempo che ci fa alieni. È questo un legante di tutta la sua opera. […]
Qui siamo, io credo, nel fulcro germinativo della pittura di Leddi: la sua natura ossimorica, di coniugazione degli opposti, riconoscibile soprattutto nella luce e nel rapporto astratto/concreto (oltre che negli accostamenti e simbiosi già rammentati o sfiorati: organico/inorganico, nobiltà/miseria, civilizzazione/barbarie, oggetto/soggetto).
Soffermiamoci un momento sulla luce. I due estremi fra cui essa oscilla sono, da un lato, la luce del respirarsi reciproco delle cose e degli esseri, con colori che vanno dall’albicocca a un rosso di fumi da fonderia e di tramonti, e, dall’altro, la luce fredda, fosforescente e impietosa che si potrebbe aspettare in un teatro anatomico o in interrogatorio: la prima soffusa a disegnare un luogo e un tempo dell’abitare e del convivere, la seconda diretta a indagare e a distanziare: ingegnosa, corta, rappresa con poca ombra al pallore dei corpi. […]
Se il guardare di Leddi è anche un ricordare (che tuttavia nulla concede a compiacimenti e autoinganni), nel contempo esso attiva nei fatti una critica alla modernità: al suo tracciare un confine fra oggetto e soggetto, al suo opporre geometrie astratte alla ragione dei corpi.
Così la stessa astrazione è implicitamente oggetto di giudizio in questa pittura: non è mai lasciata libera di rifare da capo il mondo a suo piacimento ma è, al contrario, costretta a misurarsi con il peso, i limiti, le qualità sensibili, le singolarità irripetibili dei corpi e, per dirla con lo stesso Leddi, l’aspetto “commentabile”, e dunque condivisibile, del mondo.
La stessa prospettiva, che della separazione oggetto/soggetto è madre e figlia, non è usata da Leddi in modo meccanico: è anzi schiusa sulla singola figura, attenta a coglierne l’ansia di relazione, a registrarne la solitudine: come nei diversi quadri sul Parco Sempione dove la scena vuota del Teatro di Burri, palesemente contrapposta all’ammassarsi dei corpi incapaci di coreografie corali, non fa che rimarcare questa incapacità e tragica assenza. A un tale uso della prospettiva si lega poi il frequente sfondamento di interno ed esterno e la propensione a legare realtà e sogno in cui si proietta la ribellione e l’indignazione civile che percorre l’opera di questo artista: il suo chiedere libertà, innanzitutto a se stesso: contro ogni schema, contro ogni formula.
Se la maturità di questo atteggiamento è il risultato di un’intera vita, un passaggio notevole credo si possa indicare nel serrato scavo sul tema delle “teste colpite” svolto dal 1967 al 1970: “un ‘diario di teste’ quasi giornaliero” […].
Il tema tuttavia non inganni: c’è sì un lavoro sull’oggetto specifico – la testa sottoposta a violenza fisica, i modi e gli effetti di questa, le risposte biologiche, la loro rappresentazione e analisi ecc. ecc. – ma qui c’è dell’altro: il rinsaldarsi della radicalità di questa pittura che può avvenire grazie al suo riattrezzarsi negli orizzonti e nei mezzi, e con le proprie forze. Fino ad allora il laboratorio di Leddi non poco si era nutrito del lavoro di apripista svolto da Romagnoni, Guerreschi, Ceretti e Vaglieri e degli scambi con Bodini: e questo sia detto senza nulla togliere alla sua già inconfondibile linea di ricerca, al suo originale tentativo di far interagire ragione e sentimento, storia e indagine esistenziale, epica e lirica, tragedia e bellezza. Ma le “teste” – che pure ancora attendono una organica sistemazione e ricostruzione critica – sono a mio avviso una nuova pietra miliare che con quella iniziale condivide l’importanza: perché qui si struttura in modo maturo quello sguardo multiplo (esistenziale, antropologico e storico) e quello spessore autoriflessivo di cui ho cercato di dire e che costituisce lo stile personalissimo di questo importante artista del secondo Novecento.
(da Piero Leddi. Milano, Regione Lombardia-Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente, Milano, 1995)